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sabato 3 novembre 2012

Se nel giorno dei morti muoiono le tradizioni

di Antonio Budruni
In molte aree del pianeta si usa celebrare il giorno dei defunti con particolari riti, molti dei quali risalgono ad epoche antichissime.    

Antonio Budruni
Uno di questi, diffuso in Sardegna e nella nostra città, ma anche in Piemonte, Valle d’Aosta, in Abruzzo e in Toscana, prevede che la notte tra il primo e il due novembre si debba lasciare la tavola apparecchiata perché i morti possano placare, almeno una volta all’anno, la loro fame e la loro sete.

Il fondamento di questa tradizione risiede nella convinzione precristiana del rientro dei defunti nelle proprie abitazioni, per ritrovare i piaceri della vita. È facile collegare questa credenza all’altro rito, praticato sin dal neolitico, di seppellire i morti con tutto il loro corredo e con cibi e bevande.

Ad Alghero, la tradizione vuole che sulla tavola apparecchiata non via siano carne né posate (in modo particolare, coltelli) che i defunti potrebbero utilizzare per fare del male ai vivi.

Si tratta di tradizioni diffusamente praticate fino agli anni ’60 ed ora circoscritte in ambienti sempre più ristretti. I bambini algheresi, assai probabilmente, non hanno avuto la possibilità di conoscerle né di vederle nelle loro abitazioni, mentre sicuramente festeggiano Halloween, la tradizione statunitense, introdotta nel secolo XIX dagli immigrati irlandesi, il cui nome è la contrazione di all hallows eve, “vigilia di tutti i santi”. Anche questa tradizione celtica è testimonianza della vicinanza tra vivi e morti. Anche i celti, infatti, attendevano, nella notte di passaggio tra il vecchio e il nuovo anno, che i morti tornassero nelle loro case. E, per l’occasione, mettevano loro a disposizione cibo e bevande.

È un fatto, comunque, che la tradizione del paese più potente al mondo, gli USA, soppianti altre tradizioni, come quelle nostre, che non hanno più la forza di resistere alle nuove mode ed alle tendenze internazionali.

Se è vero che il ritorno dei morti tra i vivi è comunque ricordato, a prescindere dalla tipologia di celebrazione, è altrettanto vero, però, che sarebbe necessario far tornare tra i vivi, almeno una volta all’anno, altre cose morte. Come le vecchie tradizioni, appunto. Forse, una presa di coscienza delle associazioni culturali, della scuola e dell’amministrazione civica potrebbe contribuire a non lasciar morire pezzo per pezzo la memoria storica di una collettività.

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