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Il popolo sardo tra i popoli del mondo
La strada dell'indipendentismo non rivoluzionario.
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Tonio Mura |
Quella che intendo presentare è una riflessione per così dire aperta, nel senso che mi addentro in un campo, quello della definizione di popolo, dalle proporzioni vastissime, dove sono coinvolte diverse discipline, tradizionali e moderne, e dove i nomi dei maestri di pensiero sono così numerosi, che solo per citare i più noti ci vorrebbe un trattato.
Come si vede, qui oltre ad una definizione di popolo si delineano anche dei diritti, pochi ma essenziali: il diritto ad identificarsi come popolo, il diritto ad essere riconosciuti in quanto popolo e il diritto di un popolo ad affermarsi come nazione.
Per non dilungarmi oltre il tollerabile, credo che relativamente al primo diritto basti richiamare la grande lezione di Giovanni Lilliu ne "La civiltà dei sardi". Egli attraverso questa monumentale opera ha aperto, in chiave moderna e rigorosamente documentata, nuove possibilità di ricerca scientifica, di cui i suoi tanti discepoli stanno facendo tesoro. Sono convinto che dopo la scoperta dei Giganti di Monti Prama quella lezione vada a chiudersi in modo esemplare, perché è più che mai evidente che al centro del Mediterraneo, su di un’isola verso occidente rispetto ai luoghi della cultura medio-orientale, si è sviluppata una grande civiltà dal carattere tipico, che noi chiamiamo nuragica, e che si rapportava alla pari con gli altri popoli del Mediterraneo. La consapevolezza che Giovanni Lilliu andava acquisendo lo ha spinto a elaborare il concetto di resistenzialità dei sardi; sardi che, nonostante tutte le traversie, conservano nella memoria i tratti della loro originalità culturale e territoriale, e la tal cosa li definisce popolo.
Alla consapevolezza di sentirsi popolo deve necessariamente seguire una forma di riconoscimento che appartiene all’ambito della cosiddetta reciprocità. Tale principio afferma che i popoli si riconoscono vicendevolmente, e soprattutto come soggetti alla pari. Ogni forma di sopraffazione è bandita, o almeno lo dovrebbe essere se quella che si vuole costruire è una convivenza in pace e di pace. Se questa è la teoria purtroppo la prassi, anche per noi sardi, non è stata conseguente.
Per concludere il terzo diritto: ogni popolo deve potersi affermare come nazione. E qui la storia è ancora tutta da farsi! Sul versante politico i partiti più impegnati in questa direzione sono quelli indipendentisti, con qualche novità rispetto al passato. Registro quanto considero più interessante e praticabile: l’indipendentismo non rivoluzionario.
Messa così, uno direbbe, meglio lasciar perdere! Tuttavia l’argomento è così centrale per noi antichi isolani che trascurarlo sarebbe un gravissimo errore, in quanto è proprio a partire da questa definizione che sarà possibile intravedere un percorso di riscoperta della propria identità di popolo tra i popoli del Mediterraneo. Si tratta di una presa di coscienza importante, che sta alla base di tutte le relazioni e che stabilisce dignità e parità in ogni tipo di rapporto o di contratto.
Quella presa di coscienza, se mi è permessa una critica, che manca alla nostra classe dirigente isolana quando, con un mal posto senso di sopportazione (per non dire di sottomissione), non è capace di contrastare quelle politiche nazionali, e talvolta anche comunitarie, che sono un’offesa al nostro sentirci sardi, il misconoscimento della nostra identità.
Per rendere il ragionamento più fluido si può far riferimento a quanto scritto nella Dichiarazione Universale dei Diritti Collettivi dei Popoli (CONSEU, Barcellona, 27 maggio 1990):
Per rendere il ragionamento più fluido si può far riferimento a quanto scritto nella Dichiarazione Universale dei Diritti Collettivi dei Popoli (CONSEU, Barcellona, 27 maggio 1990):
“Ogni collettività umana avente un riferimento comune ad una propria cultura e una propria tradizione storica, sviluppate su un territorio geograficamente determinato (…) costituisce un popolo. Ogni popolo ha il diritto di identificarsi in quanto tale. Ogni popolo ha il diritto ad affermarsi come nazione”.
Come si vede, qui oltre ad una definizione di popolo si delineano anche dei diritti, pochi ma essenziali: il diritto ad identificarsi come popolo, il diritto ad essere riconosciuti in quanto popolo e il diritto di un popolo ad affermarsi come nazione.
Per non dilungarmi oltre il tollerabile, credo che relativamente al primo diritto basti richiamare la grande lezione di Giovanni Lilliu ne "La civiltà dei sardi". Egli attraverso questa monumentale opera ha aperto, in chiave moderna e rigorosamente documentata, nuove possibilità di ricerca scientifica, di cui i suoi tanti discepoli stanno facendo tesoro. Sono convinto che dopo la scoperta dei Giganti di Monti Prama quella lezione vada a chiudersi in modo esemplare, perché è più che mai evidente che al centro del Mediterraneo, su di un’isola verso occidente rispetto ai luoghi della cultura medio-orientale, si è sviluppata una grande civiltà dal carattere tipico, che noi chiamiamo nuragica, e che si rapportava alla pari con gli altri popoli del Mediterraneo. La consapevolezza che Giovanni Lilliu andava acquisendo lo ha spinto a elaborare il concetto di resistenzialità dei sardi; sardi che, nonostante tutte le traversie, conservano nella memoria i tratti della loro originalità culturale e territoriale, e la tal cosa li definisce popolo.
Alla consapevolezza di sentirsi popolo deve necessariamente seguire una forma di riconoscimento che appartiene all’ambito della cosiddetta reciprocità. Tale principio afferma che i popoli si riconoscono vicendevolmente, e soprattutto come soggetti alla pari. Ogni forma di sopraffazione è bandita, o almeno lo dovrebbe essere se quella che si vuole costruire è una convivenza in pace e di pace. Se questa è la teoria purtroppo la prassi, anche per noi sardi, non è stata conseguente.
L’episodio chiave è quello dell’Assemblea Costituente del 1947, quando l’appello federalista di Emilio Lussu rimase inascoltato, come quello di tutti i federalisti. Addirittura erano in pericolo le autonomie, e Lussu difendendole così si espresse:
"Queste nostre autonomie possono rientrare nella grande famiglia del federalismo, così come il gatto rientra nella stessa famiglia del leone”.
E più avanti :
"Il federalismo e l’autonomismo, in sostanza costituiscono la democrazia diretta della civiltà moderna”.
Non dimentichiamo che si usciva dal fascismo a dalla monarchia, che il modello di Stato che avevamo subito era quello centralista, che eravamo trattati da sudditi e non da cittadini, che la guerra ci aveva ridotti alla miseria e che i territori tutti chiedevano una svolta convincente.
Per noi sardi purtroppo svolta non fu, perché il rifiuto del federalismo a favore della concessione dell’autonomia non ha modernizzato il nuovo Stato italiano, si è mantenuta una visione centralistica del governo e l’Italia, sin da subito, è stata divisa in due: in alto le regioni di serie A e in basso quelle di serie B, Sardegna compresa.
Il resto è storia nota: aiuti in cambio di servitù militari, industrialismo a discapito dello sviluppo delle nostre economie di base, svendita dei territori ai potentati del turismo del lusso, tanti soldi agli imprenditori del nord con la mission di investire nell’isola per liberarci dalla nostra arretratezza.
Personaggi, questi ultimi, legati in vario modo al potere politico, produttori di tangenti e di fondi neri, talvolta veri e propri ladri che coglievano l’occasione per fuggire con i soldi destinati allo sviluppo della Sardegna. Per sopire l’orgoglio ferito dei sardi, quindi, si è inaugurata la stagione degli assistenzialismi: porte aperte nei corpi militari per i nostri giovani (che di fatto venivano allontanati dalla Sardegna), pensioni facili, cassa integrazione, creazione di nuovi posti di lavoro inutili all’interno degli apparati dello Stato, lavori socialmente utili. Un disastro di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze, alla faccia delle celebrazioni per i sessant’anni della Costituzione italiana!
Per concludere il terzo diritto: ogni popolo deve potersi affermare come nazione. E qui la storia è ancora tutta da farsi! Sul versante politico i partiti più impegnati in questa direzione sono quelli indipendentisti, con qualche novità rispetto al passato. Registro quanto considero più interessante e praticabile: l’indipendentismo non rivoluzionario.
Per il sociologo Bachisio Bandinu, a fianco di Michela Murgia, si può parlare di indipendenza senza per questo chiedere da subito lo Stato Sardo. Più importante è partecipare al governo e cominciare a ridurre le dipendenze. Per ottenere lo Stato Sardo indipendente e federato bisogna prima maturare, dimostrare e sviluppare buone capacità di governo, e crescere soprattutto elettoralmente.
Paolo Maninchedda, del Partito dei Sardi, critica i movimenti politici che predicano la conquista dell’indipendenza attraverso la sollevazione popolare. Egli propone quella che definisce la via democratica, fondata sul consenso elettorale.
La prospettiva di cambiamento non è data, in modo automatico, dalla crisi economica in atto che manda in miseria le regioni più povere (come sosteneva Gramsci), bensì dalla crisi delle istituzioni statali. Quello attuale è uno Stato figlio delle ideologie di fine ‘800, che mostra evidenti criticità davanti all’evolversi delle società moderne.
E’ su queste criticità che deve incunearsi la richiesta pacifica e nonviolenta di uno Stato Sardo, esattamente come superamento dell’attuale situazione di inadeguatezza delle istituzioni. L’obiettivo è costruire quel patto federativo che lega il popolo sardo agli altri popoli del mediterraneo e del mondo, sempre alla ricerca di una giustizia più alta e di una pace duratura. Uno dei partiti sardi, che in varie fasi, ha partecipato al governo della regione è il Psd’Az.
Non sempre le esperienze sono state esaltanti, men che meno l’ultima con Cappellacci. Si possono dare tante spiegazioni sui perché, ma una penso che prevalga: l’alleanza con i partiti nazionali, di destra o di sinistra, se paga sul piano elettorale (per la verità non più di tanto) non paga sul piano del Governo. Raramente le istanze indipendentiste sono prese nel loro senso pratico, più spesso sono usate in modo propagandistico!
Un esempio fra tutti: la zona franca. Da qui l’esigenza di una grande alleanza tra i partiti e i movimenti dell’area indipendentista, per dare un forte segnale di unità su alcuni punti sostanziali del programma e superare i vincoli imposti dalla nuova legge elettorale regionale.
Da questo punto di vista sarà un autunno molto caldo ma la speranza del popolo sardista è quella di riuscire a trovare punti di mediazione meno ideologici e più concreti, dove il tempo lungo non è un limite. Ce lo insegna la storia. L’indipendenza, prima di essere un atto scritto è una condizione mentale.
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